Page images
PDF
EPUB

AQUILEJA

Sulla sponda del fiume Natisone, dieci o dodici miglia, a un bel circa,

lungi dalle spiaggie del mare Adriatico, piantarono i romani nell'anno 568 di Roma una città, quasi antemurale contro le irruzioni dei barbari del settentrione, e di bellissimi edifizii l'arricchirono e di numeroso popolo la empirono, e vi mandarono a governarla Publio Scipione Nasica, Cajo Flaminio e Lucio Manlio Acidino. Cresciuta col tempo e divenuta ricca e potente, servi spesse volte di ameno soggiorno agl' imperatori pagani, che vi si trattennero lungamente. Irrigata nella pienezza dei tempi dalla predicazione evangelica, rigettò il superstizioso politeismo de' suoi dominatori terreni ed aprì gli occhi alla luce di verità, a cui la chiamava il celeste Signore. Inaffiata per ben tre secoli del sangue dei magnanimi suoi figliuoli, che suggellarono col sacrifizio della vita la fede cristiana, respirò alfine con tutto il mondo l'aura di libertà e di pace, all' ombra dell' imperiale protezione del pio Costantino. Ravvolta per più secoli nello scisma, e poscia riconciliata coll'unico supremo pastore visibile della Chiesa di Gesù Cristo; insignita di spirituale insieme e di temporale potestà, esercitata dal suo patriarca; impegnata non di rado in guerre difficili; decaduta dal suo splendore, invasa dai barbari, distrutta, rifabbricata; abbandonata da' suoi prelati, che raminghi per più e più secoli soggiornarono nei luoghi men disagiati del suo territorio, ridotta in fine alla condizione di meschinissimo villaggio, malsano asilo di pescatori e di marinari: ecco in poche parole l'origine, l'incremento, la decadenza, la fine della famosa AQUILEJA.

Vol. VIII.

3

Piacque a taluni derivarne il nome dalle aquile romane, ch' erano le insegne del popolo di Quirino, ed a tale proposito Lucano scriveva:

Infestisque obvia signis

Signa, pares Aquilas.

Altri invece lo trassero dall'affluenza copiosissima di acque, che da per tutte le parti la circondavano. Ma più ragionevole mi pare l'opinione dei primi, perciocchè lo stemma di essa fu sempre un' aquila.

Non è mio ufficio il fermarmi qui a narrare le vicende di Aquileja pagana: gli antichi scrittori le narrarono abbondantemente. Tra i moderni abbiamo l' eruditissimo conte Federico Altan, uno de' più colti ingegni del secolo passato, il quale ne trattò nel suo Saggio della antica storia civile ed ecclesiastica del Friuli.

Ricorderò tutt'al più, sull'autorità di Svetonio, ch' essa, Colonia latina, come la nominò Tito Livio, ovvero Colonia romana, come la disse Strabone, fu dall' imperatore Ottaviano Augusto, che in compagnia di sua moglie più mesi vi dimorò, cinta di magnifiche e forti mura, ed onorata del grado della cittadinanza romana ; che Tiberio Cesare le fu prodigo di nuovi privilegi, quasi a ricordanza perenne della nascita di un suo figlio, mentre vi faceva dimora ; che qui Vespasiano fu dai militari sublimato alla dignità imperiale; che Giulio Cesare appellavala chiostro e propugnacolo dell'Italia. Ed il poeta Ausonio, annoverandone le distinte prerogative, così ne' suoi carmi encomiavala, siccome la nona tra le rinomatissime città dell'Italia:

Non erat iste locus; merito tamen aucta recenti
Nona inter claras Aquileja celebris Urbes,
Itala ad Illyricos objecta Colonia montes,
Moenibus et Portu celeberrima. Sed magis illud
Eminet, extremo quod te sub tempore legit,
Solveret exacto cui justa piacula lustro

Maximus.

Del suo porto altresì parlano gli scrittori antichi, il quale, terminando alla riva del mare, colà appunto, ove giaceva di rimpetto una piccola isola, che diventò in seguito città anch'essa, e fu celebre e patriarcale, ornato di

magnifici gradini per approdo dei legni, aveva dato il nome alle acque, che lo bagnavano, le quali perciò dicevansi Aquae gradatae. E questo nome si trova spesso commemorato negli atti dei martiri perciocchè sembra, questo essere stato il luogo, ove per lo più si traevano a morte.

Anche dei suoi numi tutelari giovami dire alcune parole. Adorava Aquileja qual primario e superiore agli altri il dio Beleno, il cui nome trasformarono alcuni in Belino ed in Tellino; ma dagli antichi monumenti di questa città si raccoglie, che Beleno era lo stesso che Apollo, e che però fu egli uno di quei numi, che i gentili chiamavano Majorum gentium. Assicura Erodiano, che a lui prestavano insigne culto gli aquilejesi, ed onoravanlo col titolo di Augusto, ch' equivaleva a Santo. Ebbe più templi innalzati a suo onore: di alcuni sussistono tuttavia traccie e vestigi. Ma poichè Aquileja pregiavasi di essere colonia romana, perciò anche a tutte le romane divinità maggiori e minori prestava culto di religione. Perciò tra le prime venerava ella Giove, Venere, Giunone, Bacco, Marte, Diana, il Sole ed altri ancora: e di tutti ci rimasero sino al giorno d'oggi particolari monumenti o memorie, nelle superstiti pietre in loro onore scolpite. Delle minori divinità sarebbe troppo lungo il catalogo, se dalle rimaste iscrizioni ne volessi copiare i nomi: tutt'al più ricorderò il Fato, la Fortuna, le Parche, i Fiumi, Ercole, Diomede, Silvano, Priapo, Rubigo, ecc. Da Rubigo ci fa sapere l'Altan avere preso il nome un villaggio, poco discosto da Cividale, e che sino al giorno d'oggi si nomina Rubignano; perchè ivi celebravansi le feste, chiamate Rubigalia in onore di lui, affinchè, come pensavano i pagani, difendesse le biade dalla rubiginę o ruggine, malattia notissima, che le distrugge.

Tanta copia di numi esigeva necessariamente grande copia altresì di sacri dignitarii: perciò nelle antiche iscrizioni aquilejesi trovansi nominati e i Pontefici e gli Auguri e i Seviri, e i Flamini Augustali e gli Aruspici e le Saliari, o sacerdotesse di Marte, e gli altri ordini insomma di sacerdoti pagani, cui non tocca a me ricordare. Nella basilica, metropolitana un tempo, vedesi tuttora un bassorilievo antichissimo, il quale esprime la cerimonia di un sacrifizio idolatrico, sulla foggia e col rito degli antichi romani. Vi si vede l'ara col fuoco; è da una parte il popa ossia il vittimario, che succinto conduce la vittima (1); indi un tibicine, che suona le tibie, e a lui

(1) Giusta il detto di Properzio, lib. 4: Succinti calent ad nova sacra Popae.

d'appresso un ministro, che porta l'acerra, cioè la cassetta dell' incenso. Vi è poi il sacerdote, che sacrifica, spandendo dalla patera, che ha nella destra, sopra l' ara medesima non saprei dire se fiori o vino.

Ricchissimi si tenevano in Aquileja i mercati, e sì che gli antichi storici ed i geografi la dissero Emporio, e grande emporio, e città grandissima, doviziosissima, popolatissima. Perciò Ausonio la computò tra le più illustri città dell' impero, ed in Italia soltanto Roma, Milano e Capua le antepose.

Ma delle profane glorie di Aquileja non più di ben più nobili glorie m' invita a parlare il lume di verità, che sopra di lei fece sfolgoreggiare colla sua apostolica predicazione l'evangelista SAN MARCO. Questi, mandato dal principe stesso degli apostoli a piantarvi una cattedra episcopale, compi fedelmente il raccomandatogli incarico, ed inalberata la Croce lasciò successore del suo apostolato un suo discepolo, che nominavasi ERMAGORA. Infatti circa l'anno XLIII dell' era cristiana (1) credesi incominciata in Aquileja la predicazione del santo Evangelista: il quale desideroso, dopo un settennio, di rivedere il suo dilettissimo maestro, risolse di lasciare Aquileja per dirigersi alla volta di Roma. Ma pria di lasciarla, ad istanza del popolo, che gli e lo proponeva, stabili bensì successore suo il sunnominato Ermagora, ma non volle consecrarlo senza prima ottenerne l'assenso dal capo dei pastori. Seco perciò lo condusse a Roma, ove Ermagora ricevette da san Pietro medesimo l'episcopale ordinazione; e quindi senza indugio all' affidatagli chiesa ed al suo popolo, che ardentemente desideravalo, ritornò.

Della predicazione di san Marco in Aquileja dubitarono alcuni, perciocchè Adone ed Usuardo non ne parlarono. Ma oltrechè il silenzio di uno o più scrittori non è argomento, che valga a smentire un fatto positivo, ne parlarono unanimamente ed uniformemente tutte le cronache antiche fin qui conosciute, ne parlarono gli atti antichissimi del martirio del suo immediato successore santo Ermagora, ne parlò e ne parla tuttora la continua e non mai interrotta tradizione di tanti secoli; tradizione, conservata costantemente nella chiesa aquilejese e in tutte le sue antiche suffraganee; derivata altresi nella veneziana e per la diramazione di quella nella chiesa di Grado, e per la particolare e distinta tradizione di una

(1) Nel catalogo dei patriarchi aquilejesi, ch' esiste manoscritto nell'archivio di Cividale di Friuli, se ne segna l'incomin

ciamento nell'anno XLIII; sappiasi per altro, che molti lo segnano tre anni prima.

circostanza notevolissima del viaggio di lui ad Aquileja, del suo approdo, cioè, alle veneziane isolette, spintovi, non senza superno consiglio, da una procella impetuosa; circostanza, che infervorò gli antichi veneziani a voler essere depositarii delle sue preziose reliquie, che li persuase a decretarselo loro specialissimo protettore celeste, che gl' indusse a delinearne lo stemma sotto il simbolo del suo leone, e che dettò loro finalmente le misteriose parole:

PAX TIBI MARCE
EVANGELISTA MEVS

da scriversi sul volume che gli sta tra le zampe. Questa parziale tradizione veneziana vuol essere qui ricordata, perchè concorre ad autenticare l'aquilejese circa la predicazione e l' episcopato di san Marco in quella città.

Narrano adunque le nostre cronache antiche, che mentre il santo evangelista navigava alla volta di Aquileja, per predicarvi la religione di Gesù Cristo, un' impetuosa burrasca spingesse a queste nostre disabitate lagune il naviglio, che lo portava; ch' egli, approdato ad una delle isole realtine; e pare che fosse quella, ov'è presentemente la chiesa di san Francesco della Vigna; smontasse a terra e vi si trattenesse alcun poco per riposarsi; che il Redentore, sotto sembianza di un angelo, gli apparisse per confortarlo; lo baciasse in fronte, lo salutasse dicendogli: Pace a te, o Marco, evangelista mio, e gli predicesse, che un giorno qui avrebbero onorevole riposo le sue ceneri. Checchè si possa o si voglia dire sull' autenticità di questa tradizione, certo è, che molto prima del trasferimento delle sue venerabili spoglie da Alessandria a Venezia ; lo che avvenne soltanto nell' 827; essa non era qui ignota: pare anzi, che per la sua notizia s' infervorassero i due cittadini di Malamocco, Rustico e Buono, a volerne tentare l'avveramento finchè in realtà vi riuscirono.

La notizia di questa tradizione appartiene, per verità, più alla síoria ecclesiastica di Venezia, che non di Aquileja; ma pur essa giova a sostenere eziandio la costante ed inalterata tradizione aquilejese perchè, anche questa concorre a dimostrare, che veramente san Marco fu l'apostolo di Aquileja (4). Nè più oltre si perda il tempo nello smentire i sogni e le

(1) Vittoriosamente ne dimostrò la verità il De Rubeis nel cap. I de' suoi Monumenti della chiesa di Aquileja.

« PreviousContinue »