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able opinion of Crowe and some other lovers of literature was all that he wished for, probably more than he expected. Pecuniary return for his labours was altogether out of the question, though that indeed would have been most acceptable; for the increasing expenses of a young family straitened his means and put him under the necessity of great thrift and self-denial. The proceeds of his two livings of Abbots-Bromley and Kingsbury, after the payment of curates' salaries, returned him barely 1001. a year; his private fortune produced a revenue of less than double that sum, and the addition of an allowance of 2001. a year from his father constituted his whole income. With these slender means he had to assist his eldest son, who had lately entered the army, to maintain two sons at a public school, and three children at home.

The desire to encourage a love of literature in his children was most natural; and though he could not force a taste for such pursuits, he could at least afford the groundwork of a sound and learned education. To do this no expense within his power was spared. In one of them all his hopes seemed likely to be realised, but an early death deprived him of that one. This was his only surviving daughter: she was now in her sixteenth year : her education had been his occupation and delight. Music and painting afforded him scarcely less pleasure than poetry; for these he provided her with masters; dancing was the only accomplishment that he could not away with. He had himself taught her French, Italian, and Spanish; in the two former languages she had made such progress as the pupil of such a master would be likely to make; and in the latter, as we learn from his journal, was now sufficiently advanced to be able to join him in reading the great epic of the Spanish, the Araucana of Ercilla.

It was, I believe, about this period that he made the subjoined imitation of one of Pignotti's prettiest fables. His daughter was employed to transcribe the original, and from her transcription I now insert it. Probably to cheer her in her task, he amused himself, as well as his pupil, by putting it into an English dress. Not long before his death, some thirty years later, or perhaps just before the decease of his friend Hood, he revised his version, with a view to its insertion in Hood's Magazine, to which, as will by and by be seen, he contributed a translation from another humorous Italian poem.

In the copy I have, my father says: “The following tale is imitated rather than translated from the Italian of Pignotti, a writer of fables, who may take his place somewhere between the French La Fontaine and our own Gay.”

IL VECCHIO E L'ASINO.

Or che l'Autunno al Verno cede il loco,

In queste lunghe sere, 0 donne care
Mentre lieti sediamo intorno al foco

Vorreste voi che, almen per ingannare
L’ore tediose e la stagion rubella,
Prendessi a raccontarvi una novella ?

Cento però finor ve n' ho narrate

Sul tema troppo omai battuto e trito, E voi lo stesso tema ognor bramate :

Cioè, come a un amante, o ad un marito Si faccian quelle burle dolci e liete, Di cui maestre così dotte siete.

E, da qualche amoroso scandoletto

Se condito non è, donne, non parmi, Che alcun racconto mai vi dia diletto;

Nondimeno stasera vo' provarmi, Se fuor di questo tema mi vien fatto Di divertirvi : udite, eccomi al fatto.

Visse un buon Vecchiarel canuto e bianco,

Che degli anni agli ottanta omai giungea, Curvo le spalle e indebolito il fianco,

Che poco udiva e meno ci vedea,
E provisto di molti altri malanni,
Chi di vecchiezza portan gli ultimo anni.

Era il mio Vecchio un ricco contadino,

Ed il più denaroso della villa, Semplice e buono al par di un fanciullino

Che vita spensierata e ognor tranquilla Avea vissuto fin allora, e appunto Per questo a età sì grave egli era giunto.

Era devoto, e alla sua casa intorno

Di frati e negri e bigi e bruni e bianchi Un nuvolo aggiravasi ogni giorno,

Che col sacco alla man, la fiasa a' fianchi Versavano ne' campi a larga mano Benedizioni, ed insaccavan grano.

Il Vecchio un giorno ad un vicin castello

Carico d'olio un asino traea,
E qual parte del prezzo, che da quello

Ritrarrìa, la comare aver dovea,
Qual san Francesco in cor volgendo gia,
Ingannando la noja della via.

Lentamente camina, e men veloce

L'asin lo segue, cui più d'una fiata
Stimola e affretta colla rozza voce ;

Alla tremula destra avviticchiata
Ha la cavezza, e curvo, e a passo lento
La pigra bestia si trae dietro a stento.

Il Vecchiarello intento al suo viaggio

Venne ad entrare in solitario bosco, Di cui nel sen più cupo e più selvaggio

Fra gl'intricati rami e l' aer fosco, Stavan ascosi ed imboscati al fresco Tre di frati minor di san Francesco.

Tenean le braccia incrociate al petto,

Col capo chino e col cappuccio in testa ; Parean contriti nell' umile aspetto,

E nella faccia placida e modesta
Era dipinta tanta devozione,
Quanta ne avesse Paolo ed Ilarione.

Voi già vi crederete o donne belle,

Che questi buoni frati a meditare Stessero quivi al cielo ed alle stelle ; .

Degg'io l' arcano al fine a voi svelare ? Eran tre ladri, e s'erano nascosi Sotto gli abiti santi e religiosi.

E stavan queti ed appiattati al varco

Intenti a dispogliare e questo e quello ; Ecco che giunge là coll' asin carco

L'affaticato e stanco Vecchiarello, Che ciascun altro avria mosso a pietate, Fuori che un ladro vestito da frate.

Ma pur l'inferma età tanto li mosse,

Sicché, piegando un po' la mente dura Voller che il Vecchio almen rubato fosse

Garbatamente, e senza aver paura ; Ed un di lor, ch'era faceto un poco, Volle rubarlo, e insiem prenderne gioco.

S'innalza, e al Vecchio s'incammina dreto,

Che già senza vederli era passato ; E ne vengon pian pian con passo cheto,

De' piedi in punta, e trattenendo il fiato Gli altri ; e lo ponno far sicuramente, Che il Vecchio poco vede, e nulla sente.

E i Ladri a favorir fremer s’udía

Nel bosco il vento con sì cupo suono, Che udito altro rumor non si saría

Ancora da un orecchio acuto e buono. Il ladro s'avvicina, e già pian piano Stende sull'asinel la cheta mano.

E con quel garbo e quella gentilezza,

Che sciorrebbe un zarbin nastro galante Dal braccio d'una bella, ei la cavezza

All’ asino disciolge in un istante :
Rimane in dietro l'asino slegato ;
E il ladro invece sua stavvi attaccato.

Il cappuccio si cava ; e il capo caccia

Nella cavezza, e a lei forte s'attiene,
Ed imita dell'asino la traccia

Coll' andar lento lento, e così bene
Collo zoccolo duro il terren fiede,
Che il rumor sembra del ferrato piede.

Poich' ebbe seguitato per buon tratto

Il Vecchiarel che indietro non si volse, E coi compagni dileguato affatto

L'asin già s'era, più seguir non volsi, Ma si fermò nel mezza della via, Come suol far talor bestia restia.

Lo stimola il villan senza voltarsi,

E con quei dolci nomi l'accarezza, Con cui talor suol l'asino chiamarsi,

Invan l'alletta e tira la cavezza : Si volta alfine, e trasformato vede L'asino in frate, e appena gli occhi crede,

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