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Qualunque accoglienza possa egli trovare il presente lavoro nella pubblica opinione, in ogni modo sarò soddisfatto di avere aggiunto ad altri miei brevi lavori pur questo, in vantaggio della patria e dell' Ordine a cui mi pregio di appartenere, di aver posto dinanzi agli occhi della gioventù claustrale le preclare virtù e le opere magnanime de' nostri trapassati, alla quale con buon augurio ripeto le parole dettate da un mio amico *) ai suoi allievi: "Questi furono nostri; venerateli con amore e con riconoscenza; ma pensate che la religione e la patria non si appagheranno di un culto sterile; che questa patria e questa religione hanno oggi più che mai bisogno di chi le ami degnamente, e degnamente le serva; e che, vivendo neghittosi, il bene da' vostri maggiori operato vi tornerà a più cocente rampogna,.

*) P. Fran. Frediani noto all' Italia per le sue prose toscane.

GAPITOLO PRIMO.

(1212 1288)

Argomento.

"Francesco colla pienezza dei doni spirituali ha fatto splendere la luce dell' Evangelo, dissipati gli errori, illuminati i sapienti del mondo e ricolma la terra di ogni bene celeste.,,

Luca Tud. adver. Albig.

Stato della chiesa sul continente illirico - viaggio di san Francesco per l'Oriente suo arrivo alle coste della Dalmazia a Zara risana miracolosamente l'abatessa di san Nicolò edifica un convento, che prende da lui il nome memorie dei primi suoi abitatori, del loro zelo apostolico, dei loro meriti si edificano nuovi conventi a Pasmano, a Traù, a Spalato, a Bribir, a Sebenico - visita Ragusa origine di quel cenobio nel terzo viaggio san Francesco tocca l'Albania - antichità di quei conventi antichità dei conventi dell' Istria e del Quararrivo dei padri Domenicani a Ragusa e Zara - loro diffusione per la provincia - si associano ai Francescani nella grande opera della riforma dei costumi gli uni e gli altri sono chiesti a deltar leggi, sono promossi per voti universali alle prelature.

nero

-

Sullo scorcio del dodicesimo secolo, quando la chiesa ge

meva sotto la pressione dei potentati, e le cose divine ed umane vedevansi ire a seconda del capriccio e della prepotenza; quando le atrocità e le violenze de' principi ingrate giungevano alle orecchie degli onesti, e il rilassamento del clero e il progresso delle sette iscemavano la fede ne' popoli, la Dalmazia scevra di tali colpe aveva una cosa sola comune cogli altri, la lotta contro le eresie. La vecchia eterodossia, sebbene fosse proscritta dai possedimenti veneti e dalla repubblica di Ragusa, aveva stanza e libertà di culto in que' degli ungheri, donde o per relazioni domestiche, o per quelle del commercio, trovava accesso e ospitalità in ogni punto della provincia. Quì più che altrove era facile a piantare i germi avvelenati, più che altrove difficile a combatterli, impossibile a sradicarli, sì per la prossimità alla Bossina e alla Serbia (Dalmazia orientale), che da lunghi anni eran in preda alle dottrine venute dall' Oriente, come per la posizione marittima, che dava adito ai novatori d'introdurre pur quelle che a questi anni nel mezzodì del l'Europa cominciavano ad insorgere. I nostri prelati commossi dalle strepitose grida, di cui quest'ultimi empivano il mondo dall'uno all'altro estremo, si eran messi a vegliarvi con tutte le sollecitudini pastorali, ma per quanto si avessero adoperato, non valsero a preservare le loro greggi dall' alito micidiale. Quella

voce autorevole che vigorosamente dominava sopra i greci orientali, che limitava il loro culto, ne infrenava, qualor bisogno v'era, le pompe esterne, quella voce stessa impotente s'arrestava innanzi ai Patarini 1). Gli allettanti misteri di questa setta eran penetrati nelle brigate di molti capi dei comuni, di quasi tutti i zupani, per mezzo dei quali si trasfuse secretamente il veleno, dove più, dove meno, in tutte le classi più elevate, men che nel basso popolo.

Ignota n'è la sua origine, rapida la propagazione. Chi la disse portata direttamente dalla Francia, perchè della medesima famiglia degli Albigesi; chi dalle spiagge d'Italia, per essere stati scoperti fra i primi alcuni da quelle rive venuti ; chi dalla Bulgaria, dove i discepoli di Basilio, medico armeno, dopo il triste caso del loro maestro 2), si eran in massa ricovrati e formate avevano società in più parti del regno. Un fitto buio però tuttora ricopre la sua emigrazione. "A Milano, osserva Cantù 3), ebbero per vescovo un tal Marco, stato ordinato in Bulgaria, e che presiedeva alla Lombardia, alla Marca e alla Toscana. Essendovi comparso un altro papa per nome Niceta, riprovò l'ordine della Bulgaria, e Marco ricevette quel della Drungaria, cioè di Traù (Tragurium) in Dalmazia 4). A Milano, distinguevano i Catari vecchi, venuti di Dalmazia, Croazia, e Bulgaria, cresciuti singolarmente quando il Barbarossa li favoriva per far onta a papa Alessandro; e i nuovi, nuovi, usciti circa il 1176 di Francia, che sarebbero i Valdesi., È opinione comune però che verso la fine del dodicesimo secolo passassero dalla Bulgaria nella Bosnia, Serbia e Dalmazia.

Bossina, terra di belle glorie cristiane, già guasta in gran parte dalle dottrine di Fozio, lacerata dalle guerre intestine, apre le sue viscere ai tristi, e n'è ricetto ai loro convegni. Trasmessa in eredità al bano Culino, nella lunga reggenza di trentasei anni che e' vi tenne, giunse a tale grado di prosperità e di coltura, che i tempi di Culino rimasero nei ricordi dei nazionali quali tempi di felicità e di abbondanza. I pri

mordi del suo governo presagivano grandi vantaggi al cattolicismo delle sue e vicine terre, le quali contaminate non tanto per naturale inclinazione, quanto per la malvagità de' tempi e de' regoli, che a nome di sovrani eterodossi la governavano, speravan sotto l'egida di tanto uomo la propria redenzione. Tale invero era egli innanzi ai suoi nazionali: la religione era il primo suo pensiero, era il puntello che doveva sostenere l'edifizio da lui architettato. Due chiese vedeva alzarsi la Bossina pei bisogni del gregge cattolico, riattarsi altre dal tempo e dai nemici guaste, celebrarsi con insolite pompe le feste principali, mai fin' allora udite. L'attività e lo zelo di Culino furono sentiti con giubilo e gratitudine dalla santa Sede. Teobaldo, suddiacono della chiesa romana e legato pontificio in Dalmazia e Slavonia, si congratulava seco lui, e a nome di Alessandro III gl' indirizzava ringraziamenti e felicitazioni. Venti anni più tardi Innocenzo III scriveva ad Emerico, re d' Ungheria 5), richiamasse al dovere il bano, l'ammonisse; se renitente, lo spodestasse, mettesse a confisca i suoi beni e quei dei suoi aderenti. Culino aveva già abbracciata la setta dei patarini e si era dichiarato suo protettore; sua moglie, e sua sorella, vedova di Miroslavo, conte di Chelmo, vi si affaccendavano con operosità senza limite. A diecimila e più sommava il numero degli adepti che in quei dì prendevano parte al culto pubblico della setta.

La Serbia, divisa in contee, rette dai zupani parte cattolici, parte scismatici, sotto il dominio di un principe supremo, che s'intitolava Granzupano, presentava in quel torno di tempo il più rallegrante aspetto per il cattolicismo. Stefano nato da Nemania, da cui ebbe principio la nuova dinastia nella Serbia e Prevalide, e da una figlia di Alessio Comneno, fu l'unico dei principi slavi, che, noiato delle improntitudini dei patarini e greci orientali, li denunziasse alla santa Sede, e ne chiedesse soccorsi per la loro conversione. Il gran numero di settari che di giorno in giorno si vedeva ritornare al grembo della chiesa

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